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STORIA
E LETTERATURA DELLA MORRA
(da
Oscar De Bertoldi - De morra 2006)
Si ritiene che la morra sia un gioco antichissimo:
in una recente spedizione un gruppo di egittologi ha potuto
riconoscere su una pittura, grazie alla buona conservazione del
reperto, “due giocatori di morra”. Questa immagine
costituisce il più antico reperto a riguardo e ne testimonia
l’esistenza fin dall’Antico Egitto, dove si ritiene che
avesse implicazioni cerimoniali e funerarie. Ovviamente non è
escluso, anzi è plausibile, che le sue origini siano ancor più
remote e che si perdano nella notte dei tempi.
L’elemento
magico-rituale sembra essere presente anche nell’Antica Grecia
dove una leggenda narra dell’invenzione della morra da parte
di Elena di Troia intenzionata a giocare con il suo amante Paride, e farlo perdere.
Ne troviamo testimonianza anche su un’antica e famosa anfora a
figure nere creata dal pittore e vasaio Exekias nel VI secolo
a.C. e conservata nei Musei Vaticani: vi sono rappresentati
Achille e Aiace che, accantonate temporaneamente le armi durante
il lungo assedio troiano, si concedono un'attività ludica
giocando alla morra (oppure ai dadi o ancora alla dama, secondo
altre interpretazione, ma sul tavolo non compaiono né dadi né
pedine). I due eroi, “seduti su bassi sostegni, si curvano
verso un basamento, protendendo le mani destre, nel leggere i
punti realizzati nel gioco, rispettivamente quattro e tre, come
specificato dalle iscrizioni che sembrano fuoriuscire a mo' di
fumetto dalle loro bocche”.
Vi
era poi la consuetudine delle donne spartane di ricorrere a tale
gioco per conoscere la fortuna in amore. Non si conosce il
termine preciso con cui la morra veniva designata nell’Antica
Grecia, tuttavia è noto che la pratica del “tirare a sorte”
contrassegnava particolari momenti non solo della vita privata
ma anche di quella associativa, coinvolgendo le sfere religiosa,
politica e militare.
Variante
perfezionata, a quanto pare, del semplice “pari e dispari”
che ai nostri giorni in Spagna viene chiamato, non a caso, “morra
muda”, la morra si diffuse dal mondo greco a quello romano
trovando favorevole accoglienza soprattutto tra gli abitanti
dell’Urbe. Sembra che i Romani lo utilizzassero per dirimere
le questioni che apparivano dubbiose, come nel commercio quando
non si riusciva a giungere a un accordo. Cicerone si accanì
contro un certo Apronio, prefetto di Roma, passato alla storia
per la “pesa”: quando vi fosse stata incertezza tra la
quantità di merce venduta ed il suo peso, per sanare la
controversia, si sarebbe dovuto ricorrere legalmente a questo
gioco. Questa cieca fiducia nel gioco può essere spiegata con
la concezione della Fortuna, “identificata con una serie di
divinità femminili dispensatrice di benessere o infelicità”:
la vittoria rifletteva il volere degli dei, cui non ci si poteva
appellare.
La
più antica testimonianza sulla micatio digitis, o
semplicemente micatio, dal verbo latino micare
“segnare con le dita, agitare le dita”, risale al 362
a.C., quando ai macellai fu vietato di contrattare il prezzo con
i compratori micando, cioè tirando a sorte.
Nel
I secolo a.C la morra divenne talmente popolare da rientrare in
alcune espressioni proverbiali, come attestano Cicerone
Petronio e S.Agostino: di una persona onesta e sincera si diceva
“è degno che si giochi con lui alla morra anche al buio”.
Questa forma di gioco risultava particolarmente diffusa non solo
tra i contadini e i pastori, ma anche negli ambienti di corte.
Gli storici antichi ci informano della grande passione nutrita
da alcuni imperatori per tutti i giochi d’azzardo: Ottaviano
Augusto ricorse alla micatio persino per regolare
questioni di amministrazione della giustizia.
Nonostante
la legge romana vietasse tassativamente i giochi basati sulla
fortuna, perché a tali pratiche si accompagnavano spesso
episodi di violenza, di diversa considerazione godette la morra,
nella quale l’elemento causa poteva essere corretto dal colpo
d’occhio, dalla prontezza di riflessi dei giocatori, dal
calcolo delle probabilità e da una certa acutezza psicologica.
Nell’età antonina questo gioco rientrava tra gli svaghi
permessi in pieno giorno e consentiti anche a bambini e ragazzi.
Nel
corso dei secoli, tuttavia, il gioco della morra perse
progressivamente l’aria di svago innocente per tramutarsi,
grazie alla possibilità di abbinare al gioco una serie di
scommesse, in un passatempo da oziosi considerato pericoloso per
la morale pubblica. La micatio cominciò ad entrare nelle
bische clandestine celate nel retrobottega delle locande e delle
osterie dove i passanti si fermavano non solo per acquistare o
consumare bevande, ma anche per fare scommesse e gettare i dadi.
Scarse
e frammentarie si fanno invece le notizie sulla morra nel
periodo successivo al VI secolo d.C., per poi ricomparire nel
1342, in piena epoca medievale, in un documento (conservato a
Santa Anatolia in provincia di Macerata) che riporta il “ludus
morrae”.
Al
XV secolo risale la prima attestazione letteraria del vocabolo,
ad opera di Tommaso di Silvestro: “Se deletava de iocare
molto bene alla morra”. Alla fine del ‘400 lo scrittore
Luigi Pulciidentificava
la morra nell’antico gioco delle corna, variante
perfezionata e più complessa del “pari e caffo”.
Negli
statuti comunali del XIV secolo iniziano a comparire con sempre maggiore frequenza i divieti riguardanti i giochi.
È questa l’epoca in cui gli studiosi di diritto operano la
distinzione tra gioco di fortuna e gioco d’ingegno,
sconosciuta al mondo classico: il concetto stesso di
“fortuna” subisce uno spostamento di significati, passando
ad indicare non già la dea del benessere, bensì il fato,
ritenuto dalla Chiesa come un pericolo per l’esercizio del
libero arbitrio da parte del singolo individuo.
Ciononostante
l’avversione per i giochi d’azzardo non era da collegare al
gioco stesso, ma agli accidenti che spesso lo accompagnavano, le
bestemmie e “le risse che generava”. Fu sostanzialmente per
questo che i giochi d’azzardo rientrarono nelle proibizioni e
nei divieti di tutti gli statuti comunali. Sottoposta a un
rigido controllo da parte delle autorità cittadine, la morra fu
permessa solo nei periodi natalizi e pasquali e durante le feste
del santo patrono, probabilmente in previsione dell’arrivo di
forestieri e dell’afflusso di cospicue entrate economiche.
All’inizio
del ‘400 la morra era uno di passatempi preferiti non solo dei
popolani ma anche degli aristocratici e dei funzionari di corte,
non essendoci ancora a quel epoca una distinzione netta tra
gioco patrizio e plebeo. Il dilagare per la passione del gioco
durante l’era medievale e l’impossibilità pratica da parte
dell’autorità di far rispettare i divieti portarono alla
nascita di bische pubbliche (con regolare concessione
governativa) o “baratterie”. Ma se il potere pubblico lo
tollerava per convenienza, per il potere ecclesiastico era uno
scandalo, per l’intima connessione tra gioco e bestemmia,
considerata uno dei reati più gravi, al pari della lesa maestà.
Le
restrizioni aumentarono tra il XV e il XVI secolo, quando il
gioco d’azzardo venne bandito da luoghi pubblici e relegato in
taverne e osterie e nella città di Venezia, in circoli privati
detti “ridotti”.
Lo
stretto legame tra morra e gioco d’azzardo è confermato da
fatto che la stessa camorra deve il suo nome alle bische
clandestine che la “società” controllava.
Per
tutto il ‘600 crebbe ulteriormente il numero delle bische, e
il gioco si continuò a giocare in clandestinità sotto tutte le
dominazioni.
Numerose
e colorate sono le attestazioni che troviamo in letteratura: ne
parlano anche il Goldoni e il Verga (“se facevano un litro
alla mora”) nonché il Manzoni che nel VII capitolo dei Promessi
Sposi racconta di “due bravacci, che seduti a un
deschetto, giuocavano alla mora, gritando tutti e due ad un
fiato”.
Nel
1702 Giuseppe Maria Mitelli dedica alla morra una vignetta (fig.
2) che rappresenta un personaggio in abiti plebei e una dama in
ghingheri. Il contrasto di classe è sottolineato dall’ironia
di due giochi di parole nella didascalia zuogh d’l’amor
tira tutt: “gioco della morra / gioco dell’amore” e
“trascina tutti / vince tutto quanto sta sul tavolo”.
Nel 1844 Charles Dickens trascorre una
vacanza in Italia e scrive "Genova e dintorni"
dedicando qualche pagina a questo gioco; purtroppo lo scrittore
dimostra di non averne capito bene il meccanismo.
Da più fonti si può desumere che
all’epoca dei nostri nonni venisse praticato in ogni regione
d’Italia non solo dagli adulti , ma “anche dai nostri
monelli”.
Alberto Savinio (1918) ne produce un
ritratto epico nell’Ermaphrodito: “sovrasta la voce
d’un gioco sovrano, truce e magnifico, vincono le cifre
imperative, i numeri vigorosi e scanditi, lanciati come
frombole, della nostra Mora Nazionale, vecchia quanto l’annosa
Italia”.
L’alpinista e scultore friulano,
nonché giocatore di morra, Mauro Corona (2004), racconta, nel
suo Aspro e dolce, di lunghissime sfide bagnate da “un
litro a partita”, e definisce la morra, per la sua difficoltà
e per l’acume psicologico che in essa è necessario, “gioco
di scacchi gridato”.
Che la morra sia un gioco
“schiettamente e prettamente italiano” ci viene confermato
anche da diverse fonti: “gioco italiano antichissimo”, “a
popular game in Italy”, “en Italia se juega a este
juego con verdadera pasion”, ma soprattutto dal fatto che
ovunque gli italiani siano emigrati, nel loro bagaglio
(culturale) hanno portato con loro anche la morra. Gli italiani
immigrati nei Grigioni (Svizzera) vengono chiamati bonariamente
“tschinggeli” per questa loro passione. In Spagna
viene giocata tutt’oggi in alcuni villaggi della regione
dell’Aragona poiché “la Corona de Aragòn tenia
posesiones en teritorio italiano y los soldados que realizaron
sus milicias en aquellas tierras pudieron traer la practica de
dicho juego”.
Attualmente, nonostante la diffusione
abbracci tutto il bacino del Mediterraneo nonché i paesi arabi,
esso viene praticato e tramandato solo in poche regioni: secondo
una ricerca personale viene giocato in Trentino, in Friuli,
nelle valli montane del Veneto, in Valtellina, nelle valli del
Bresciano, Bergamasco, in buona parte delle valli alpine, in
Sardegna, nelle Marche, in Basilicata, in Corsica, nella zona di
Nizza, nei Grigioni (Svizzera) e nella regione di Aragon
(Spagna).
Dall’anno 2001, non sussistendo più le ragioni
della sua proibizione (azzardo, risse, ecc.), risalente al 1931,
è stata ufficialmente cancellata dalla “Lista dei giuochi
proibiti” ed è quindi rientrata nella sfera della legalità.
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